Quando la storia è un elenco: il potere di "Oltre le Trincee"
- Massimiliano Catani
- 27 nov 2025
- Tempo di lettura: 4 min

Quando ho partecipato alla presentazione di "Oltre le trincee", mi aspettavo di immergermi in una classica raccolta di racconti sulla Grande Guerra: narrazioni eroiche o drammatiche, ma pur sempre storie. L'entusiasmo iniziale, però, si è scontrato con la sorpresa una volta acquistato il volume: solo 51 pagine di narrazione e ben 261 pagine di nomi, fogli matricolari, elenchi di morti, dispersi e reduci. Nel brusio della sala la prima domanda è stata inevitabile: "E' questo un mero elenco commemorativo, un arido registro burocratico mascherato da libro?"
Stavo per archiviare la lettura come un onorevole lavoro degli autori ma anche come pesante esercizio di toponomastica storica. Poi ho letto quelle prime 51 pagine. Attraverso i ricordi dei nonni, degli zii e dei parenti di alcuni degli autori (Marco Vissani e Patrizio Quintili), ho trovato la chiave di volta.
Ho capito - alla fine del libro - che la vera, struggente potenza di "Oltre le trincee" non risiede nei racconti, ma proprio in quegli elenchi. Ogni riga, ogni data di nascita e di morte, ogni matricola diventa il testimone silente di un'esistenza che ha affrontato una delle prove più dure della storia umana.

E in questo ritrovo lo stimolo di un altro libro "storie che non fanno la Storia" di Carlo Greppi che, come un immenso investigatore del tempo, ci indica la strada da percorrere: per capire la storia con la "S" maiuscola è necessario guardare attraverso le milioni di storie, come nel caso della Grande Guerra, con la "s" minuscola.
Ed è proprio quello che fanno i nostri autori di "OLTRE LE TRINCEE". Il libro ci costringe a guardare oltre la marcea di fango e la retorica: ci spinge violentemente oltre le trincee della narrazione per toccare con mano il peso monumentale e personale della storia. È un'opera che, contro ogni aspettativa, trasforma la freddezza del dato in un potentissimo atto di memoria.
Le pagine narrative iniziali non sono un antipasto, ma un ponte emotivo essenziale. La loro brevità è paradossalmente la loro forza. L'autore non si perde in descrizioni minuziose della battaglia, ma ci regala frammenti intimi – ricordi familiari, vecchie fotografie, brevi aneddoti.
Questo approccio restringe il focus dall'enorme affresco della Grande Guerra al volto singolo.

Ci mostra che il conflitto non è un evento astratto nei libri di storia, ma la somma di migliaia di tragedie personali. Leggere queste storie ci fornisce gli occhiali giusti e, quando poi si passa ai dati anagrafici, non si vedono più numeri di protocollo, ma si cerca nel proprio pensiero, il destinatario di quel dolore appena evocato. È la narrazione che legittima e rende doloroso l'elenco. Ciò che a prima vista appare come un difetto – la preponderanza dei dati – si rivela il vero, audace ed irrinunciabile cuore del progetto. Gli autori hanno scelto la concretezza sulla retorica. La mole di nomi occupa spazio, tempo e peso, e sfogliando 261 pagine di dati si percepisce fisicamente la vastità della perdita. Chi legge non può semplicemente leggere una statistica; deve confrontarsi con l'elenco, pagina dopo pagina. La stanchezza e la ripetizione della lettura emulano, in un certo senso, il logorio e la ripetizione della sofferenza in guerra. Il foglio matricolare non è solo un atto di morte, ma un profilo biografico. Ci dice da dove veniva l'uomo, la Paternità e la Maternità, dove ha combattuto, il grado e la sua condizione di morto, disperso, reduce, etc..
Questi dati, apparentemente freddi, sono la narrazione definitiva: questo era il suo nome, questo il suo paese, questo il suo destino. Il titolo assume, alla luce della struttura del libro, un significato profondo: il libro va oltre la descrizione del campo di battaglia e penetra nella sfera della memoria civica e familiare.
Questo libro non parla solo ai lettori, ma parla a queste persone. Nominarle, riportare i loro dati esatti, è il più grande omaggio che si possa fare.
Non sono "i caduti", non sono solo i mille Giovanni Rossi, classe 1896, disperso. Si restituisce a ciascuno la sua irripetibile identità.
Chiudendo il libro, non si ha la sensazione di aver letto una storia, ma di aver visitato un cimitero di carta. Si comprende che "Oltre le trincee" è un invito rivolto a noi, i discendenti, a cercare quei nomi per capire che la Grande Guerra è stata scritta, prima che nei libri, nelle righe dei registri anagrafici di ogni comune.

"Oltre le trincee" non è solo un libro di storia; è una risposta. Una risposta al rischio sempre presente che la memoria della Grande Guerra, come quella di altri conflitti, si trasformi in un esercizio sterile o, peggio, in una velata glorificazione del conflitto.
E questo rischio è perfettamente catturato nelle parole di Patrizio Quintili quando, riflettendo sul valore delle Celebrazioni del 4 Novembre, scrive:
"Ricordo che alcuni dei miei amici denigravano quella cerimonia e non vi prendevano parte perché la consideravano una esaltazione della guerra o, in altri casi, una banale manifestazione di vuota retorica."
È proprio per superare questa "vuota retorica" che l'opera si spoglia di ogni enfasi eccessiva e si affida alla forza brutale e innegabile del documento. Le 261 pagine di nomi e matricole non esaltano la guerra; al contrario, ne mostrano la verità più umile, concreta e definitiva. Non sono un inno, ma un registro di perdite.
In definitiva, "Oltre le trincee" ci offre un modo nuovo e sincero per commemorare: non attraverso le bandiere sventolanti, ma attraverso l'atto sacro di dare un nome al dolore.
Nel ringraziare dunque gli autori Marco Vissani (Marco da Colmurano), Patrizio Quintili, Mario Lambertucci e Giovanni Paolo Carlino-Giuliani di questo immenso lavoro, chiudo con una mia umile riflessione:
"Questo libro mi ha e ci insegna che la vera memoria non è retorica, ma riconoscimento dell'uomo e del suo dolore".




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