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25 Novembre. La giornata contro la violenza sulle donne è una farsa.

Aggiornamento: 26 nov 2025

Smettiamola con la Retorica del Fiocco Rosso


Siamo onesti: il 25 novembre non è la celebrazione di nulla, è la messa in scena patetica di un fallimento sociale. Ogni fiocco rosso appuntato al petto, ogni marcia silenziosa e ogni discorso istituzionale ipocrita non fa che ribadire una verità brutale: in questo secolo sedicente "evoluto", non siamo stati capaci di garantire la libertà fondamentale, l'incolumità fisica, a metà della nostra popolazione.

Questa non è una giornata di sensibilizzazione; è un atto d’accusa contro il cuore marcio della nostra civiltà.


La violenza di genere non è un raptus, non è un incidente o la sfortuna di poche. È la norma tossica che prospera indisturbata, nutrita da una cultura del possesso che non solo tolleriamo, ma che, nei fatti, sosteniamo. Abbiamo fallito nell'educare i nostri figli maschi a una mascolinità non criminale, abbiamo fallito nel punire con la dovuta rapidità e certezza e, peggio di tutto, abbiamo fallito nel proteggere le vittime.

Il fallimento, però, diventa alto tradimento quando si annida in chi dovrebbe essere il nostro scudo.

Smettiamola con i discorsi generici: il problema non è solo l’uomo qualunque, è l’uomo di potere. L'esperienza ci sbatte in faccia la realtà: tra gli sfruttatori che alimentano la mercificazione più abietta sui siti pornografici, ci sono troppi uomini in divisa. Sì, proprio quelli che giurano sulla Costituzione per difenderci.


E l'orrore continua a salire altri gradini del potere? Ci sono forse avvocati che comprano sfruttamento e giudici che dovrebbero sentenziare l'uguaglianza, ma sono complici silenziosi o attivi della prevaricazione?

Fosse per me ci guarderei meglio dentro, molto ma molto meglio dentro perché, quando i tutori della legge, gli alfieri dell'ordine e i depositari della giustizia si rivelano essere i carnefici o i consumatori della violenza, il sistema non è rotto, è corrotto fino all'osso.


Ma la paura, in questo scenario, è un mostro paralizzante, moltiplicato all'ennesima potenza. Non è una paura vaga; è la consapevolezza glaciale di scontrarsi con un potere armato e istituzionale. A rendere la situazione insopportabile è la minaccia esplicita: chi indossa la divisa sfrutta la propria autorità, la conoscenza delle procedure legali e l'accesso ai database per intimidire e distruggere la vittima. Ma la violenza peggiore è la pressione psicologica.


Il potere istituzionale permette loro di esercitare un controllo mentale asfissiante, sussurrando alla vittima che nessuno le crederà, che lei stessa è vulnerabile legalmente e che sfidare un uomo di legge equivale a distruggere la propria vita. Questa violenza invisibile è la più efficace nel garantire il silenzio e nell'impedire che la donna compia l'atto estremo e rischioso della denuncia.


La retorica del 25 novembre è un velo pietoso su questa putrefazione morale. Per questo, l'unica azione degna non è marciare, ma esigere. Esigere la fine immediata di quel corporativismo che copre e protegge il colpevole. Esigere che i controlli interni nelle forze dell'ordine e nei Consigli della Magistratura diventino caccia spietata a chiunque abbia tradito la fiducia pubblica. Esigere finanziamenti massicci e incondizionati per i Centri Antiviolenza, gli unici baluardi veramente indipendenti.


Il cambiamento non verrà con una candela accesa o un post sentimentale, ma con la rabbia organizzata che pretenda la bonifica etica e strutturale delle nostre istituzioni.

Il 25 novembre sia, allora, il giorno in cui smettiamo di fingere. Smettiamo di piangere le vittime e iniziamo a smascherare i potenti sfruttatori. La domanda non è retorica, è un imperativo:


Se la pressione psicologica e la paura di denunciare un uomo che ti minaccia con il potere dello Stato è più grande del terrore di restare al suo fianco, quale passo possiamo compiere oggi per creare un canale di denuncia così sicuro, anonimo e protetto da annullare il rischio di ritorsioni e restituire la dignità alle vittime?



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