A Genova vincono i lavoratori
- Massimiliano Catani
- 14 dic 2025
- Tempo di lettura: 4 min
Il Governo Meloni crolla sull'ombra di un nuovo possibile "Biennio Rosso"
Genova, 2025.
La fulminea vittoria degli operai ex-Ilva contro il gigante siderurgico è stata più di un successo sindacale; è stata una crepa profonda nel sistema di controllo sociale italiano. Mentre l'immagine delle ruspe che abbattono i cancelli fa il giro del Paese, i palazzi del potere non vedono solo un conflitto locale risolto, ma il fantasma di un incubo storico:

il Biennio Rosso (1919-1920).
Allora mi sono chiesto, e dovremmo farlo tutti:
Come mai un Governo di destra, molto muscolare e intriso di fascismo puro come è quello di Giorgia Meloni, concede tutto e subito di fronte a mille operai?
La risposta è nella storia e nella similitudine dei tempi con il 1919-1920.
Il timore non è numerico, ma strutturale. La vera paura dello Stato non è la protesta organizzata, ma quella selvaggia, senza testa e senza mediatori.
Questa analisi non è un esercizio di archeologia politica, ma un monito: quando il popolo decide di scavalcare i "pompieri" della rappresentanza (i sindacati confederali), il potere si ritrova disarmato di fronte a un'unica minaccia: l'azione diretta che paralizza i flussi del capitale.
Il seguente articolo esplora perché il conflitto nudo, l'imprevedibilità e la forza del blocco fisico hanno un potere che l'agenda ministeriale non può più contenere. Il potere non teme chi protesta seguendo le regole; teme chi smette di essere governabile.

Le immagini di Genova — le ruspe dell'ex-Ilva che sfondano le grate, il fumo dei lacrimogeni, il sangue sulla fronte di un operaio — non raccontano solo una vertenza sindacale finita con una vittoria fulminea dunque. Raccontano una crepa profonda nel sistema di controllo sociale italiano.
Quando un governo "molla subito" di fronte alla piazza, non lo fa per improvvisa generosità, ma per un calcolo di pura sopravvivenza. Il timore non è per i mille operai in piazza, ma per la natura stessa di quella protesta: un conflitto nudo, diretto e pericolosamente privo di mediatori.
Il richiamo al Biennio Rosso non è un esercizio di nostalgia, ma un fatto politico. Cent'anni fa, l'Italia fu travolta da un'ondata di scioperi e occupazioni di fabbriche che portò il Paese a un passo dalla rivoluzione. Ne nacque un'Azione Diretta, infatti, nel 1920, oltre 400.000 operai non si limitarono a incrociare le braccia; presero il controllo degli stabilimenti, istituirono le "Guardie Rosse" e dimostrarono di poter produrre senza i padroni.
Giovanni Giolitti, appena eletto Primo Ministro, scelse di non intervenire militarmente. Sapeva che un massacro nelle fabbriche avrebbe innescato una guerra civile che lo Stato non era certo di vincere. (Approfondimento: https://www.patriziasalvetti.it/download/biennio.pdf)
Oggi, il "ritorno" di quel clima si avverte nella scelta degli operai di scavalcare le liturgie della concertazione. In un'epoca di inflazione, crisi energetica e venti di guerra, la memoria di quelle fabbriche occupate torna a tormentare chi detiene il capitale.
E c'è un elemento che terrorizza il Governo Meloni più delle ruspe: la fine della rappresentanza. Per decenni, i sindacati confederali hanno svolto il ruolo di "ammortizzatori sociali" o, nei momenti di crisi, di "pompieri" e nel tempo, quelle che furono le forze di rappresentanza dei lavoratori, hanno scelto di "concertare" erodendo alla classe operaia soldi e diritti. Ecco perché oggi, un popolo dei lavoratori senza guida, intimorisce più di un popolo sindacalizzato.

Un Popolo autodeterminato ha forze inaspettate e soprattutto intimoriscono:
L'Imprevedibilità: Un sindacato segue delle regole (preavviso, perimetri, orari). Una folla che agisce per "contagio" non ha un tasto "off". Non rispetta i tempi della burocrazia ministeriale.
L'Assenza di Interlocutori: Se la base scavalca i vertici, il governo non sa più con chi trattare. Non c'è nessuno a cui fare una promessa "politica" in cambio del rientro dei blocchi. Senza una testa da chiamare al tavolo, il potere si ritrova a combattere contro un'idra.
Il Potere del Blocco Fisico: Il sindacato tradizionale tende a negoziare sul salario; la protesta spontanea colpisce i flussi. Bloccare autostrade, ferrovie e aeroporti significa paralizzare il "just-in-time" del capitale moderno. È un danno economico immediato che non ammette lungaggini diplomatiche.

Il Governo Meloni ha ceduto a Genova non perché "buono" ma perché temeva la sincronizzazione. Se la scintilla dell'ex-Ilva avesse incendiato il porto di Genova, e da lì si fosse estesa alla logistica di Piacenza, ai trasporti di Roma e all'acciaieria di Taranto, il sistema Paese sarebbe collassato. La rapidità delle concessioni è una manovra di isolamento: si dà tutto a Genova per evitare che il resto d'Italia dica: "Se hanno vinto loro usando le ruspe, perché noi dovremmo aspettare ancora?"
"I padroni mangiano a crepapelle, ma sanno che se la catena si rompe, il banchetto finisce.
La vittoria di Genova quindi è un segnale di allarme per i palazzi del potere. Dimostra che il "pagliaio" sociale è secco e pronto a prender fuoco. In un mondo dove la politica è percepita come distante e i sindacati come parte del sistema, l'azione diretta torna a essere l'unico linguaggio che il potere sembra comprendere e temere davvero. E questa è la mia umile speranza.
Il potere non teme chi protesta seguendo le regole; teme chi smette di essere governabile.




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