Il gioco d'azzardo: un fallimento sociale delle Amministrazioni
- Massimiliano Catani
- 16 nov 2025
- Tempo di lettura: 2 min
Aggiornamento: 25 nov 2025

La notizia è stata Ascoli Piceno, con i suoi oltre 3.100 euro all'anno spesi in gioco d'azzardo per abitante, a conquistare l'amaro primato marchigiano. Ma chiunque legga i dossier sulla ludopatia sa che Ascoli non è un'anomalia isolata. È piuttosto l'esempio lampante di un problema strutturale che affligge innumerevoli Comuni in tutta Italia, dalle grandi periferie ai piccoli centri ad alta densità di slot machine. In tutti questi luoghi, l'elevatissima spesa pro capite non è solo un sintomo della dipendenza individuale, ma il chiaro indicatore di un vuoto di potere e di una debolezza amministrativa inaccettabile.
Quando il gioco diventa il principale "investimento" finanziario di un territorio, è lecito domandarsi: cosa ha fatto, o cosa non ha fatto, l'Amministrazione per proteggere i suoi cittadini?
Molti sindaci e amministratori si trincerano dietro il concetto di libero mercato o di autonomia di scelta del cittadino. Ma il gioco d'azzardo non è un bene di consumo ordinario. È un prodotto ad alto rischio sociale e sanitario.
Nei Comuni dove la spesa è alle stelle, il fallimento è spesso duplice. Da un lato c'è l'assenza di coraggio normativo. Se si permette che sale giochi, VLT e agenzie di scommesse si concentrino in prossimità di aree popolari, di scuole o di luoghi di aggregazione, si sta tacitamente avallando una strategia commerciale che mira a sfruttare la vulnerabilità economica e la solitudine. Stabilire orari restrittivi, imporre distanze minime rigorose (il famoso "distanziometro") e limitare la pubblicità aggressiva sono strumenti che le amministrazioni locali hanno e che, troppe volte, decidono di non utilizzare per timore di ricorsi o per indifferenza.
Il fallimento più profondo, tuttavia, è quello legato alle politiche sociali e culturali. L'elevata propensione al gioco nei Comuni è spesso inversamente proporzionale alla qualità e alla quantità di servizi sociali offerti.

In sostanza: i cittadini giocano cifre astronomiche perché il Comune non offre alternative credibili e accessibili alla disperazione. Se le opportunità di riscatto economico sono ferme, se i centri di aggregazione per giovani e anziani sono carenti o inesistenti, se la cura della salute
mentale e della dipendenza non è prioritaria, il miraggio della vincita diventa l'unica "politica sociale" rimasta. La spesa per il gioco in queste città non è altro che un costo sociale nascosto, un'emorragia di risorse economiche che vengono sottratte ai bilanci familiari e dirottate verso le casse degli operatori privati, spesso legati a doppio filo con la criminalità organizzata (il tema dell'infiltrazione "Azzardomafie" - LEGGI L'ARTICOLO).

I Sindaci e le Giunte di tutti i Comuni ad alta spesa pro capite non possono più nascondersi dietro la legislazione nazionale. Hanno il dovere di interrogarsi: stiamo amministrando la prosperità o stiamo solo gestendo la disperazione? La tutela della salute pubblica e del decoro sociale dovrebbe essere la prima, e non l'ultima, delle loro priorità.
Quali sono i Comuni italiani che, come Ascoli, devono urgentemente rivedere le proprie politiche urbane e sociali contro il gioco d'azzardo?




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