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Da "comunista" a profeta: l’ipocrisia di chi oggi piange Papa Francesco (dopo averlo insultato)

Scrivo questo articolo da agnostico. Non credo nei dogmi, non seguo riti, e non ho mai trovato conforto nella religione. Ma credo negli uomini di buona volontà. In quelli che parlano chiaro, che scelgono la coerenza anche quando costa cara. E Papa Francesco, piaccia o no, è stato uno di questi.



Papa Francesco è morto. E con lui si spegne una delle poche voci che, in tempi di silenzi calcolati e parole calibrate per non disturbare, ha avuto il coraggio di dire l’indicibile. Un pontefice scomodo, radicale nel senso più autentico del termine: perché andava alla radice dei problemi. Povertà, migrazioni, ambiente, capitalismo selvaggio, sfruttamento, ipocrisia ecclesiastica. Temi da cui il potere — politico, economico, mediatico — fugge come il diavolo davanti all’acqua santa.


Ma ora che non c’è più, ecco la pantomima. L’applauso scrosciante dei pavidi. Il cordoglio plastificato dei cinici. L’elogio retorico di chi, fino a ieri, lo definiva “un papa che fa politica”, “un comunista in tonaca”, “un pericolo per la tradizione cattolica”. La coerenza? Seppellita sotto un cumulo di post strappalacrime e citazioni fuori contesto.


Tra questi, in prima fila, c’è Giorgia Meloni. Sì, la stessa che ha costruito buona parte della sua carriera cavalcando il cattolicesimo da passerella, quello da Family Day e slogan da campagna elettorale. La stessa che, ogni volta che Bergoglio parlava di migranti, scuoteva la testa o guardava altrove. Ora, da presidente del Consiglio, lo celebra come “un faro spirituale” e “una guida per il mondo”. È come se chi ha sputato su un albero per anni, oggi ne lodasse i frutti perché fa scena su Instagram.

La Premier Giorgia Meloni. Da sempre ha accusato Bergoglio di essere "Comunista"
La Premier Giorgia Meloni. Da sempre ha accusato Bergoglio di essere "Comunista"

Meloni non è sola. C’è chi per anni ha remato contro ogni parola del Papa sulla giustizia sociale, chi ha ridicolizzato la Laudato si’ perché parlava di ambiente — "il Papa green", lo chiamavano con sufficienza — e oggi scopre che Francesco "amava il creato". C’è chi lo accusava di "svendere l'identità cristiana" ogni volta che parlava di accoglienza, e oggi lo chiama "voce dei poveri". Ma la verità è che a nessuno di questi ipocriti gliene fregava un accidente di quello che diceva. Gliene frega solo ora, perché la morte, si sa, depura, rende innocui anche i più rivoluzionari.


Papa Francesco era odiato perché non serviva il potere. E perché parlava troppo chiaramente per essere frainteso. Quando disse che “i populismi sono una forma di egoismo mascherato da ideologia”, non lasciava spazio all’interpretazione. Quando chiamava “scarti” i migranti abbandonati nel Mediterraneo, puntava il dito. Quando accusava la Chiesa stessa di ipocrisia e immobilismo, non cercava applausi ma coscienze.


La politica degli slogan senza idee
La politica degli slogan senza idee

E adesso, quei politici che vivono di slogan e confondono il Vangelo con i sondaggi, si inginocchiano davanti alla sua bara con lo stesso rispetto che si ha per un trofeo. Lo rivendicano, lo addomesticano, lo ripuliscono da tutto ciò che in vita li metteva a disagio. Una beatificazione simbolica, costruita solo per farsi belli davanti ai riflettori.


Ma Francesco non era un santo da vetrina. Era una spina nel fianco. E lo sarà anche da morto. Perché certe parole, se vere, non muoiono con chi le ha pronunciate. Continuano a bruciare. Anche sulle bocche di chi oggi lo loda, dopo averlo tentato di zittire per anni.


Chi lo ha capito, lo ha seguito anche quando era scomodo. Gli altri, oggi, dovrebbero solo avere la decenza di tacere. Per rispetto, se non per coerenza.



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