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Quando la verità dei figli diventa difficile da accogliere

Aggiornamento: 22 ago 2025

Al di là delle dinamiche immediate, resta un punto fermo: la verità, per quanto difficile, è l’unica base solida su cui costruire relazioni autentiche e durature.



Molti uomini o donne, a un certo punto della loro vita, scelgono di raccontare la propria verità. Alcuni confessano di aver tradito il la moglie o il marito, altri ammettono di aver vissuto relazioni parallele o di aver mantenuto segreti a lungo. Non si tratta soltanto di svelare un errore, ma di un atto di coraggio: dire “questo (o questa) sono io, con i miei limiti e le mie fragilità”.

Per una madre, ascoltare queste parole può essere durissimo. La reazione di mia madre (i padri sono più comprensivi) fù il rifiuto: “Non ti perdonerò mai”, “Mi hai delusa”, “Hai rovinato tutto quello che ti ho insegnato”.

Ma cosa si nasconde dietro queste scelte dei figli e perché il perdono materno diventa così difficile?


Il legame tra carenze affettive e scelte adulte

Mia madre alla fine mi ha RI-accolto a casa ma ci sono voluti diversi anni per capire la dinamica della sua "testa". Una dinamica che ho compreso a fondo durante il Master in Counseling che ho frequentato. Insomma, tutto sta nella psicologia dello sviluppo, a partire dalla teoria dell’attaccamento di John Bowlby, che ci mostra quanto la qualità del legame con i genitori influenzi le relazioni future. Un bambino o una bambina che crescono sentendosi poco visti, poco amati o costantemente giudicati, rischiano di interiorizzare l’idea che il suo valore dipenda da ciò che fa, non da ciò che è.


In età adulta, questo vuoto affettivo può trasformarsi in una ricerca incessante di riconoscimento:


  • bisogno di attenzioni continue,

  • difficoltà a sentirsi “abbastanza”,

  • relazioni vissute come compensazione di una mancanza antica.


Non di rado, il tradimento diventa una forma di fuga o di ricerca di conferme. Non è semplicemente un atto di ribellione, ma l’espressione di un bisogno: “vedimi, scegli me, amami”.



Perché le madri non perdonano

Quando un figlio o una figlia rivelano la propria verità, il mondo interiore della madre viene scosso. Spesso il dolore della madre non riguarda solo il tradimento, ma tocca corde più profonde:


  • Paura del giudizio sociale: “Cosa diranno gli altri di noi?”.

  • Senso di fallimento educativo: “Dove ho sbagliato come madre?”.

  • Rigidità morale: quando i valori trasmessi vengono infranti, la reazione è di difesa e condanna.

  • Proiezione: la madre vede nell figlio o nella figlia le proprie ferite, i propri errori o desideri repressi.

Il risultato è un muro: invece di riconoscere il coraggio di quel figlio o di quella figlia, prevale il giudizio.


Il valore del perdono materno

Il perdono, in questi casi, non significa approvare o minimizzare il comportamento dei figli.


Significa riconoscere la loro umanità. Accogliere la verità dei figli significa vedere oltre il gesto concreto (il tradimento) e comprendere il grido che c’è dietro: “ho bisogno di essere amato/a, nonostante i miei sbagli”.


Dal punto di vista psicologico, il perdono materno ha una funzione riparativa:


  • interrompe la catena transgenerazionale di carenze affettive,

  • restituisce ai figli dignità e appartenenza,

  • apre la possibilità di una relazione nuova, più autentica.


Un invito alle madri

Ogni madre, di fronte alla verità dei figli, ha davanti a sé una scelta: erigere un muro di giudizio o costruire un ponte di comprensione. Accogliere non significa dimenticare o approvare, ma creare uno spazio in cui i figli possano sentirsi ancora degni d’amore.

La verità dei figli non è mai contro la madre: è un passo verso l’autenticità. E il perdono materno può trasformare le ferite in un’occasione di crescita reciproca.


La dinamica della verità e della menzogna nei legami familiari


Voglio parlare ora però di un altro aspetto che mi è capitato: può accadere che un genitore prediliga un figlio che mente rispetto a quello che sceglie di dire la verità. Questo fenomeno, apparentemente paradossale, trova spiegazione nelle dinamiche psicologiche profonde che regolano i rapporti familiari.

La verità, specie se scomoda, costringe il genitore a confrontarsi con aspetti della propria vita o della propria educazione che preferirebbe non vedere. La bugia, invece, offre un velo protettivo: mantiene l’illusione di armonia e conformità. Per questo il figlio che mente può apparire più “compiacente”, più in linea con le aspettative.

Si tratta di un meccanismo di rinforzo distorto: il genitore, premiando la menzogna, non riconosce


il valore dell’autenticità e trasmette un messaggio pericoloso, ossia che è meglio adattarsi alla narrazione desiderata piuttosto che sostenere la realtà. A lungo termine, questo produce squilibri identitari: il figlio che sceglie la sincerità può interiorizzare un senso di esclusione e ingiustizia, mentre il figlio che mente rischia di costruire rapporti basati sulla manipolazione.



Secondo la psicologia sistemico-relazionale (Minuchin, 1974; Bowen, 1978), i figli spesso vengono collocati inconsciamente in ruoli opposti e complementari per mantenere un equilibrio familiare: “la verità” diventa il ruolo scomodo, “la menzogna” quello accomodante. Queste polarizzazioni, però, non riflettono il reale valore individuale, ma soltanto un adattamento al contesto.

Inoltre, studi sul family favoritism (Jensen & Whiteman, 2014) mostrano che la percezione di preferenze genitoriali influenza profondamente l’autostima dei figli e la qualità dei legami tra fratelli e sorelle. La figlia non favorita, pur dicendo la verità, può sviluppare un senso di ingiustizia e di marginalità che si trascina nell’età adulta.


“Ogni figlio che sceglie la verità non sta tradendo sua madre: sta chiedendo, ancora una volta, di essere amato per ciò che è, non per ciò che ha fatto.”

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