LA DISCARICA DELLE COSCIENZE
Dalla questione Morale all'Anatomia del cinismo burocratico: la retorica del potere e la complicità del silenzio

Ci sono persone che portano addosso i segni del lavoro vero: mani segnate dalla fatica, la schiena spezzata dal freddo dell’alba, l’abitudine antica a non dire mai di no quando la propria comunità chiama. Persone cresciute con l’idea — ormai fuorimoda — che la parola data da chi rappresenta un’Istituzione o siede sotto lo Stemma della Repubblica debba avere il peso sacro dell'onore, prima ancora che un valore puramente contabile.
E poi c’è l'imbarazzante teatrino della politica locale.
Quel micro-potere di periferia che vegeta nell'ombra delle stanze di palazzo, campando di formalismi ed esibendo arie da grandi statisti. Una gestione dal passo felpato e dalla vista comodamente corta, abituata a usare la generosità, l'ingenuità e la disponibilità altrui come carburante a costo zero per alimentare le proprie dinamiche di palazzo. Individui pronti a battere le mani sulle spalle del lavoratore finché c'è da cavare le castagne dal fuoco, salvo poi rivelarsi per ciò che sono non appena la giostra si ferma: campioni di opportunismo ed esperti dello scaricabarile.
E poi un giorno parli proprio con la persona usata e abusata e capisci che questa non è una semplice vertenza, non una semplice causa legale ma una questione di DIGNITA' UMANA CONTRO GLI ABUSI DI UNA AMMINISTRAZIONE.
E allora anche io voglio azzardare un processo pubblico alla miseria politica e istituzionale di un sistema che sembra aver scambiato la gestione della cosa pubblica per un esercizio di opportunistica furbizia.
Nelle piccole comunità, dove ci si conosce tutti e le dinamiche reali sono sotto gli occhi di chiunque, la farsa del "non avevamo visto", del "manca il timbro", del "non rientra nei parametri" non persuade nessuno. Non è una semplice svista: è la sistematica rimozione della realtà. E quando questo atteggiamento arriva da chi gestisce il bene comune, il segnale mandato ai cittadini è devastante.
Occorre allora porre alla gestione pubblica le domande che la cittadinanza ha il diritto e il dovere di formulare apertamente:

Chi gestisce l'ente e ne guida gli indirizzi conosceva o no la portata dei servizi resi sul territorio?
Sapeva o no chi risolveva i problemi sul campo mentre la politica si occupava di passerelle e tagli di nastri?
Certo che lo sapeva.
Negare l'evidenza o trincerarsi dietro il comodo scudo del cavillo procedurale significa ammettere la propria profonda inadeguatezza, oppure confermare la scelta di anteporre la propria rendita di posizione alla tutela della dignità del lavoro.
E l'apparato tecnico-burocratico — sempre così rigoroso nell'invocare il manuale della legalità solo quando serve a proteggere l'ufficio — intende davvero accreditare la tesi dell'inconsapevolezza?
In contesti ristretti, pretendere di non sapere non costituisce una giustificazione: equivale alla certificazione di un totale fallimento gestionale o di una deliberata indifferenza.
La dinamica è fin troppo chiara: si utilizza il lavoro, si beneficia della disponibilità, poi si cancella la memoria.
Per anni si sfrutta la dedizione altrui per coprire le falle e i deficit organizzativi del sistema. Finché c’è da risolvere un'emergenza, quel lavoro è indispensabile. Ma nel momento esatto in cui si chiede il giusto riconoscimento della propria dignità e la liquidazione di quanto spettante, l'apparato attiva istantaneamente la macchina del cinismo burocratico.
C’è una perversione profonda nel modo in cui certe burocrazie amministrano il potere. Prima trattano il contributo del singolo come una risorsa dovuta e a basso costo; poi, alla prima richiesta di trasparenza, azionano la tattica del disconoscimento. Da risorsa fondamentale, chi ha lavorato o denunciato illeciti viene convertito in "elemento di disturbo per i bilanci", "anomalia procedurale", ostacolo da neutralizzare a colpi di cavilli e pareri legali. È la psicologia della tecnocrazia da scrivania: servirsi dell'operato altrui per poi trincerarsi dietro la puzza sotto il naso di chi si crede custode della legalità ed è soltanto terrorizzato dal doversi assumere una responsabilità.
E la gravità di questa postura è moltiplicata dal fatto che viene esercitata dall'alto di una posizione di forza istituzionale, utilizzando le risorse collettive come uno scudo protettivo per coprire gli errori e le approssimazioni della macchina amministrativa.
La commedia della "trasparenza" e dell' "inflessibile rispetto delle regole" a geometrie variabili non regge più. La profonda conoscenza delle pieghe burocratiche non viene usata per perseguire la giustizia e il bene comune, ma per fabbricare alibi, scaricare le colpe verso il basso e tutelare l'inviolabilità dell'organo di governo.

Tutti sanno quali interlocuzioni vi siano state.
Tutti sanno chi ha sollecitato interventi e presenza sul campo, facendo leva sul senso del dovere altrui. Ma oggi, di fronte alla prospettiva di dover rispondere delle approssimazioni procedurali davanti agli organi di controllo o alla Magistratura contabile, scatta la ritirata strategica.
E cosa fa un potere privo di senso dell'onore e della morale umana?
Cerca il capro espiatorio, trasforma gli uffici in un viluppo di formalismi difensivi, pur di salvare la propria posizione e la propria immagine.
Ed esiste un capitolo altrettanto desolante di questa vicenda riguarda il silenzio delle rappresentanze politiche e di chi avrebbe il compito istituzionale di vigilare.
Giunta, Consiglieri Comunali di maggioranza e minoranza, DOVE SONO?
Dove sono finiti i censori del rigore contabile? Dove sono finiti i paladini della trasparenza, sempre pronti a scatenare battaglie di principio per ogni capitolo di spesa?
Come mai oggi, di fronte al rischio che risorse della collettività vengano impiegate in contenziosi legali nati unicamente dall'incapacità di gestione e dalla rigidità ideologica dell'amministrazione, si registra il vuoto?
Un silenzio assordante. Un silenzio imbarazzato. Un silenzio che assomiglia moltissimo alla complicità.
Quando si tratta di fare propaganda a costo zero, la politica alza la voce; quando occorre prendere una posizione chiara a tutela di un lavoratore in carne ed ossa e denunciare lo spreco potenziale di risorse pubbliche impiegate per difendere scelte amministrative fallimentari, la politica scompare.
Questo non è garantismo: è calcolo opportunistico. È la dimostrazione che, al di là delle finte contrapposizioni di facciata, le diverse anime del Palazzo finiscono per condividere la stessa priorità: mantenere inalterato lo status quo e non disturbare i manovratori.
Un atteggiamento che non è soltanto amministrativamente opaco, ma politicamente e umanamente deprimente.
Chi pensa che un titolo, una carica o una veste ufficiale conferiscano una superiorità morale, dimostra solo la propria miopia: questa vicenda scopre la reale statura di una classe dirigente fortissima con i deboli nell'opporre ostacoli e cavilli, ma estremamente esitante quando si tratta di metterci la firma e assumersi le responsabilità di quanto disposto o tollerato.
Le Istituzioni meriterebbero dignità, trasparenza e rispetto. Ma questa gestione le sta riducendo a una vetrina di piccoli calcoli e strategie difensive, dove la virtù principale sembra essere diventata l'assenza di autocritica.
Si, si nel tempo potranno anche essere sollevate eccezioni formali, o trovate scappatoie procedurali grazie alle memorie difensive pagate con il denaro della collettività. Si potrà far finta di niente incrociando lo sguardo dei cittadini, o trincerarsi dietro atti di facciata.
Ma la comunità comincia ad osservare, comprende ed esprime il proprio giudizio. E chi ha operato con onestà, forza del proprio lavoro e correttezza continua a camminare a testa alta.
Chi ha gestito la vicenda dal Palazzo, invece, si tiene le proprie stanze, i propri ruoli e le proprie argomentazioni contabili.
Ma spenta la luce degli uffici, resta la sostanza delle cose, resta lo specchio di casa che restituisce a questa gentaglia la desolante certezza di aver sacrificato l'etica pubblica e il rispetto del lavoro pur di non trovare la maturità istituzionale di dire poche, chiarificatrici parole:
"Abbiamo gestito male la situazione, riconosciamo i fatti, ci assumiamo le nostre responsabilità".




Commenti