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Il Valore del Pensiero Originale

Tra algoritmi a costo zero e ignoranza a spese pubbliche



Corre voce, tra i corridoi di un paesello della Val di Fiastra, che una amministrazione pubblica, guidata da un noto "signore", osservi i miei scritti con sospetto, sussurrando da dietro la scrivania: "Ecco, si vede che qui c'è lo zampino dell'intelligenza artificiale".

Questo accade da quando sto cercando di capire, da esperto delle neuroscienze e della comunicazione legata alla psicosociologia, come mai alcuni soggetti utilizzino comportamenti repressivi contro il personale, quando questo denuncia un illecito.


A questo signore, che rappresenta il perfetto contrappeso alla tecnologia esibendo la sua più pura e genuina ignoranza naturale, vorrei rispondere senza giri di parole:


"Sì, la utilizzo. Utilizzo l'Intelligenza Artificiale"

Ma vorrei evidenziare che la differenza tra me e lui, però, sta nel metodo e soprattutto nei costi.

Mentre io uso l'intelligenza artificiale a costo zero come strumento di conferma e approfondimento di una mia solida conoscenza di base, lui ha preferito spendere 5.000 euro (cinquemila cari cittadini/lettori) di soldi pubblici in consulenze per spiegare alla Corte dei Conti il contenuto di delibere che lui stesso aveva firmato.

Se si spendono cifre simili per capire i propri stessi atti, significa che non si aveva la minima idea di cosa ci fosse scritto sopra?

Al suo posto, invece di firmare a occhi chiusi e prosciugare poi le casse pubbliche, avrei usato un po' di sano studio personale per risparmiare il denaro dei cittadini.

Io interrogo l'algoritmo per superare i limiti del mio pensiero; lui paga consulenti esterni per colmare il vuoto dei propri atti.



Il testo che leggerete quindi, non è il pigro parto di una macchina, ma il risultato di un ciclo rigoroso: conoscenza personale, confronto tecnologico e tanto studio umano. Al "signore" lascio le sue costose lacune; ai lettori critici offro il valore del mio modestissimo pensiero originale.



  • Oltre il pregiudizio: la macchina come specchio, non come sostituto


Nei corridoi dei comuni e degli uffici pubblici si tende spesso a scambiare il linguaggio difficile e formale per intelligenza. Quando spunta uno strumento nuovo come l'intelligenza artificiale (IA), chi è rimasto indietro reagisce con sospetto. Pensano che il computer scriva i testi da solo, al posto nostro. È un enorme errore.


L'IA non crea nulla dal nulla e non può riempire la testa di chi è vuoto.

Al contrario, funziona come uno specchio: amplifica quello che trova. Se interroghi il computer partendo da una forte competenza e da una buona cultura, otterrai risposte precise, verifiche utili e spunti per allargare i tuoi orizzonti.

Se invece lo usa chi non sa dove mettere le mani, il risultato sarà solo una valanga di banalità.

Il filosofo Gilbert Simondon spiegava già molti anni fa che la tecnologia non cancella l'umanità, ma ha semplicemente bisogno di persone consapevoli che sappiano guidarla. Non si può usare l'IA partendo da un foglio bianco.

Come ricorda il professor Luciano Floridi, questa tecnologia non ragiona come un essere umano, ma cambia il modo in cui cerchiamo le informazioni. Il mio metodo, quindi, non serve a nascondere una mia mancanza, ma a esplorare i limiti di quello che già so, per vedere se ci sono novità o dettagli che mi sono sfuggiti.



  • Le quattro tappe del mio metodo



Considerato che non amo stare senza far nulla o giocare a briscola e tresette o men che meno leggere la Gazzetta dello Sport, per usare bene la tecnologia senza farsi dominare, ho seguito vari corsi sull'uso dell'AI (5 per essere precisi).

Grazie a quell'iter formativo oggi seguo un percorso chiaro e trasparente per scrivere questi pezzi utilizzando quattro passaggi, che si ispirano all'idea di "pensiero complesso" del filosofo Edgar Morin (conosciuto ahimé tardi, proprio durante queste sessioni di approfondimento):


  1. Capire il proprio limite: Parto da quello che so e dalle mie idee, ma chiedo al computer se ci sono leggi nuove, sentenze o studi recenti che devo considerare. Come diceva lo scienziato Gregory Bateson, la nostra mente si allarga quando impara a usare gli strumenti esterni per superare i propri limiti fisici.


  2. Cercare i libri e le fonti: Uso l'IA come un bibliotecario superveloce. Le chiedo di indicarmi i testi, gli autori e gli articoli scientifici più importanti su quell'argomento. La macchina mi dà la mappa, ma sono io a decidere quale strada seguire, scartando gli errori e le informazioni poco serie.


  3. Spegnere lo schermo e studiare: Questa è la fase più importante. Una volta trovati i titoli dei libri, il computer si spegne. Si torna al vecchio studio: si prendono i testi, si leggono, si analizzano e si meditano (se ho dei pdf li stampo e li leggo cartacei, tanto per capire). Il giornalista Nicholas Carr ha dimostrato che la lettura veloce su internet ci rende superficiali; per questo è vitale staccarsi dalla rete e tornare alla carta per capire davvero le cose.


  4. Scrivere la sintesi finale: Alla fine di questo viaggio, mi metto alla scrivania e scrivo il testo di mio pugno (carta e penna). Il risultato è un pensiero originale, sicuramente mio, interamente umano.


Chi si fida ciecamente del computer, come denuncia il filosofo Éric Sadin, rinuncia a pensare con la propria testa. Io uso la tecnologia solo come un'impalcatura per costruire una casa solida, fatta di studio e farina del mio sacco.




  • Trasparenza onesta contro sprechi di sistema



Vorrei quindi dire al di cui sopra "signore" che questo metodo è un dovere per chi lavora per i cittadini. Chi gestisce la cosa pubblica ha il dovere morale di aggiornarsi e dare il massimo, riducendo a zero le spese inutili.


Usare la tecnologia gratis e con intelligenza è l'esatto contrario di quella pessima abitudine di pagare costose consulenze esterne con i soldi delle tasse, spesso solo per farsi spiegare documenti che non si è stati in grado di capire prima di firmarli.


I grandi sociologi della burocrazia, da Max Weber a Michel Crozier, hanno sempre denunciato il comportamento di quei burocrati che usano i regolamenti difficili e le carte complicate come uno scudo per nascondere la propria impreparazione ed evitare di prendersi la responsabilità delle proprie scelte. E l'antropologo David Graeber definiva "lavori stupidi" proprio quelle sovrastrutture e quelle spese inutili nate solo per coprire l'inefficienza di chi comanda.



La vera minaccia per un'amministrazione che funziona non è il computer che aiuta l'uomo a lavorare meglio, ma la pigrizia di chi si siede sulla propria poltrona e rifiuta il futuro per difendere i propri privilegi.

Se lo studio personale e l'onestà incontrano la tecnologia, il cittadino ci guadagna e l'amministrazione diventa migliore.

Ai sussurri nei corridoi rispondo con la chiarezza del mio lavoro; agli sprechi di denaro pubblico oppongo il valore del pensiero critico, che non costa nulla ma vale tutto.


 
 
 

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