ADDIO A CORRADO CARNEVALE
- Massimiliano Catani
- 7 feb
- Tempo di lettura: 3 min
CALA FINALMENTE IL SIPARIO SULL'ERA DEL DIRITTO AL SERVIZIO DEL MALE

Si è spento a 95 anni Corrado Carnevale, l’uomo che per un decennio ha trasformato la Suprema Corte di Cassazione nel porto sicuro dei vertici di Cosa Nostra. Con la sua scomparsa finisce un capitolo oscuro della magistratura italiana, un’epoca in cui il formalismo giuridico è diventato l'arma più affilata in mano ai clan per vanificare anni di indagini e il sangue di servitori dello Stato.
Di lui inizio a sentir parlare nella sede del PCI che frequentavo sin da piccolo ed era chiaro che - il Dottor Sottile della vanificazione soprannominato "l’Ammazzasentenze", Corrado Carnevale, non portava questo titolo come un merito, ma come il marchio di una strategia metodica: smantellare i processi di mafia per vizi di forma infinitesimali. Sotto la sua presidenza della Prima Sezione Penale, infatti, la Cassazione ha inanellato una serie di decisioni che hanno restituito la libertà a figure come Michele Greco e i fratelli Graviano. Per Carnevale, il processo non era il luogo della verità, ma un labirinto di specchi dove il cavillo vinceva sempre sulla prova. Ogni sua sentenza era uno schiaffo alla memoria delle vittime: bastava una firma mancante o un timbro sbiadito per cancellare decenni di carcere.

Il vero capolavoro di crudeltà istituzionale di Carnevale risiede però nell'odio viscerale nutrito per Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Era lo scontro tra due mondi: da una parte i due magistrati "sporchi" del fango delle indagini, che cercavano il filo rosso dei soldi e del sangue tra i vicoli di Palermo; dall'altra Carnevale, il sommo sacerdote del diritto asettico, che definiva sprezzantemente i colleghi del pool come "dei "dilettanti" in cerca di gloria".
Mentre Falcone e Borsellino costruivano la visione d'insieme di Cosa Nostra attraverso il Maxiprocesso, l'Ammazzasentenze la faceva a pezzi sistematicamente. Per Borsellino, il diritto era uno strumento di libertà e riscatto sociale; per Carnevale era un esercizio di stile dove il destino di un killer pesava meno di una notifica irregolare. Quando Falcone e Borsellino riuscirono a far approvare la rotazione dei giudici in Cassazione per sottrargli il giudizio definitivo sulla mafia, Carnevale non glielo perdonò mai. Oggi, nel bilancio della storia, i due magistrati di Palermo restano i simboli della Giustizia che rischia la vita; Carnevale resterà quello della Legge che si lava le mani mentre il Paese brucia.

Il pericolo più grande è che l'ombra di Carnevale non sia svanita con lui. Il suo metodo è sopravvissuto in una schiera di magistrati che ancora oggi usano il tecnicismo come scudo contro la responsabilità etica del giudicare. È il neocarnevalismo: quella visione per cui la forma deve schiacciare la sostanza, trasformando il garantismo in un'ideologia per depotenziare le indagini più scomode. Molti eredi di Carnevale siedono ancora nei tribunali, convinti che la "purezza" della carta valga più della vita dei cittadini.

Oggi, l'eredità di Carnevale rischia di trovare una sponda istituzionale pericolosa nelle riforme promosse dall'attuale governo. La spinta verso la separazione delle carriere non è solo un tecnicismo organizzativo, ma il tentativo ultimo di completare quell'opera di neutralizzazione della magistratura iniziata decenni fa. Separare i giudici dai pubblici ministeri significa spezzare l'unità della cultura della giurisdizione: quella che permetteva a Falcone e Borsellino di vedere nel processo una ricerca della verità basata su prove solide, non un mero scontro tra burocrazie.
Questa riforma appare come il braccio armato di una politica che vuole politicizzare la magistratura, riducendo i PM a "avvocati dell'accusa" sotto l'influenza dell'esecutivo. Se Carnevale usava il formalismo per svuotare i processi dall'interno, la separazione delle carriere rischia di svuotarli dall'esterno, privando i giudici di quella sensibilità investigativa necessaria per affrontare la mafia. È un ritorno al passato che avrebbe reso felice chi preferiva un diritto sottomesso alle gerarchie di palazzo piuttosto che una giustizia viva e indipendente.

L’assoluzione finale nei processi a suo carico non cancella il verdetto della storia. Corrado Carnevale resta il simbolo di un’Italia che ha preferito convivere con il mostro anziché sconfiggerlo. Oggi lo ricordiamo non come un servitore della Legge, ma come l'architetto di una stagione di impunità. Opporsi alla sua eredità oggi significa anche combattere riforme che, in nome di un controllo politico mascherato da efficienza, minano l'indipendenza di chi — come Falcone e Borsellino — credeva in una legge che non fa sconti al male.




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