L'ECLISSI DELLA MEMORIA
- Massimiliano Catani
- 2 giorni fa
- Tempo di lettura: 3 min
Riflessione sul perché il 25 Aprile e il 1° Maggio non sono "FESTE"

Esiste un errore semantico, quasi un vizio di forma culturale, che sta lentamente smantellando l’impalcatura civile dell'Italia: l’abitudine di chiamare "feste" quelle che sono, a tutti gli effetti, ricorrenze.
Se la festa è un’interruzione del tempo dedicata al piacere, la ricorrenza è un ritorno del tempo che esige un rendiconto.

Eppure, oggi, il 25 Aprile e il 1° Maggio sono stati risucchiati in un’estetica del divertimento che neutralizza ogni loro potenziale eversivo e riflessivo.
Qualche giorno prima di queste date, le persone si infiammano di un attivismo frenetico. Lo smartphone diventa l’epicentro di una logistica febbrile: telefonate per coordinare grigliate, prenotazioni per ponti turistici, la scelta ossessiva tra mille eventi musicali o sagre di paese.
È una corsa al riempimento del vuoto.
Ci si concentra meticolosamente sulla forma — il menù, la location, l’outfit per il concerto — per evitare di affrontare la sostanza. Questo sistema della distrazione funziona come uno scudo: finché siamo occupati a organizzare il divertimento, non siamo costretti a misurarci con l'eredità etica che queste date ci consegnano. È un’opportunismo collettivo che trasforma il cittadino in un mero consumatore di tempo libero, di prodotti per polli.
Applicare il principio della ricorrenza significa capire che queste date non ci appartengono per "diritto di svago", ma ci sono state date in "custodia".

Il 25 Aprile non è la celebrazione della primavera, ma il monito di un debito di sangue pagato per la LIBERTA' di parola che oggi usiamo spesso per la vacuità.
Il 1° Maggio non è il giorno della gita fuori porta, ma la memoria di una lotta per la dignità che ha visto i suoi albori nell'eccidio di Chicago e il suo battesimo di fuoco in Italia in luoghi come Portella della Ginestra.
Quando trasformiamo queste date in semplici "feste", operiamo una rilettura della storia pericolosa. Come certi personaggi che passano dal sacrilego al vate per convenienza, così la società trasforma eventi tragici e fondativi in momenti rassicuranti e folkloristici.
Ecco dunque che celebriamo il "rito" ma si uccide il "mito"
La festa diventa una parata dove la frenetica e febbrile organizzazione dell'evento nasconde l'assenza di una reale responsabilità verso i valori celebrati.

Ricordare Portella della Ginestra oggi significa rompere la bolla dell'indifferenza. Il 1° maggio 1947, i contadini siciliani non erano lì per un "picnic", ma per esercitare un diritto che il potere voleva negare loro. Furono falciati dalle mitragliatrici mentre chiedevano terra e dignità.
Dimenticare questo dettaglio per concentrarsi sulla "festa" significa avallare una sorta di negazionismo edonistico.
Se il 1° Maggio non ci fa sentire il peso della precarietà attuale, della mancanza di sicurezza o del declino dei diritti sociali, allora non stiamo onorando una ricorrenza: stiamo solo partecipando a una messinscena.
L’articolo definitivo su queste date non può che essere un atto di accusa contro il "festificio" moderno. Dobbiamo smettere di chiedere "Cosa fai per il ponte?" e iniziare a chiederci:
"Cosa resta di quei valori nella mia vita quotidiana?"
Come onoriamo chi ha dato la vita per permetterci tanta indifferenza?
La ricorrenza deve tornare a essere un momento di frizione, di disagio, di confronto. Se la giornata passa senza un solo istante di consapevolezza sulla fatica che è servita per costruirla, allora quella giornata è un fallimento civile. Non abbiamo bisogno di più feste, ma di più coscienza.
Perché una libertà che sa solo divertirsi è una libertà che ha già iniziato a morire e questo, sta già capitando.




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